sabato 25 febbraio 2012

Ancora su dislessia e dintorni

Il mio articolo sulla dislessia è apparso su Kultural!
Come sempre, il link è qui a lato

venerdì 24 febbraio 2012

Il Canto del Fuoco - Identità

Una nuova campagna inizia. Una nuova storia che, spero, saprete apprezzare.


Chi sei? Mi chiede l'alto mezz'elfo col tatuaggio sul polso che viaggia sulla mia stessa nave.
Hodelin, rispondo.
Ma questo, ovviamente, non risponde alla sua domanda. Nè il suo nome, Askar, mi svela qualcosa di lui.
Se pongo la domanda allo specchio, mi risponde con un'immagine. Una ragazza giovane, diciotto anni circa, anche se ne sono trascorsi molti di più da quando sono nata. Un viso dolce, occhi azzurri, capelli biondi tra i quali potrei mettere un fiore. In altri luoghi, sarei pronta per i miei primi balli.
Il mio specchio e piccolo e non riflette la mia spada e il simbolo di Kelemvor al termine della mia collana.
Al monastero mi chiamavano La Rinata o La Ritrovata, ma anche in questi nomignoli c'è poco di me.
Così come la mia identità non è stata svelata dalle poche parole di un morente che hanno spinto alcuni chierici della neonata chiesa di Kelemvor a recarsi tra i ruderi di un villaggio abbandonato per cercare la terza tomba a nord della grande quercia per usarvi la più potente pergamena in loro possesso.
Forse si aspettavano di risorgere un guerriero o un teologo. Magari un asceta.
Sono tornati a casa con una ragazzina confusa dalla memoria appannata. Ma, ormai, il veggente era morto senza proferire altre parole.
E così sono tornata tra i vivi, senza ricordare molto a parte gli zombi che mi hanno trascinato nell'oscurità.
Elvor, il chierico che mi ha trovato, non mi ha mai fatto sentire un errore o una delusione, mi ha mostrato cos'è la dolcezza e ha saputo insegnarmi l'affetto, oltre che la teologia.
Sta di fatto che sono passati cinque anni da quando ho riaperto gli occhi e ancora so molte più cose sulla morte che non sulla vita.
Mi guardo di nuovo allo specchio. Ho già guardato la morte negli occhi e so che oltre non vi è nulla di terribile, salvo la corruzione che possono portare i viventi. Non ho guardato ancora, invece, la vita negli occhi.
Mi chiedo se sia per questo che sono stata scelta io per questa missione all'est, invece di altri inquisitori più esperti di me. O se sia solo perché, ormai, al monastero non possono più proteggermi. Ormai, il mio compito è proteggere, non essere protetta.

Nella cabina entra il terzo passeggero della "Fanciulla Dorata". Porta delle strane armi e ha il volto sempre coperto. Di lui si vedono solo gli occhi.
- Chi sei? - mi chiede, come se, nonostante i suoi segreti, avesse il diritto di conoscere i miei.
- Hodelin. - Rispondo.
E questo non gli dice nulla sulla mia identità come, del resto, quello che ho scritto su queste pagine.

mercoledì 22 febbraio 2012

Dislessia e dintorni

Ho utilizzato questi giorni di inattività per scrivere un articolo sulla dislessia per Kultural, ma credo che ci sia spazio e bisogno di qualche altra riflessione.
Sulla dislessia ho una strana ottica strabica, sono dislessica e insegno lettere. Vivo il problema contemporaneamente dalle due parti della barricata.
La mia storia di bimba dislessica è abbastanza standard, ambientata in un tempo in cui il problema non esisteva.
Non riuscivo ad imparare a leggere, per arrivare ad una lettura fluente ci ho messo anni di esercizi sfiancanti escogitati da genitori pazienti e perseveranti (ai quali sono immensamente grata). In pratica ho iniziato a leggere davvero in quarta elementare.
Non associo in automatico fonema e grafema, cioè sentendo una parola non riesco a capire automaticamente come si scrive. Devo imparare a memoria la sequenza di lettere giuste senza che queste abbiano un senso oppure controllare. In particolare alcune lettere sono per me intercambiabili, sopratutto f e v. Inevitabilmente gli errori di ortografia sono più comuni, anche adesso.
In più, come sembra sia comune tra i dislessici, confondo la destra con la sinistra, o, meglio, fatico ad associare i termini "destra" e "sinistra" con le giuste direzioni (il Nik dice che ho un sistema di orientamento basato sul "di qua" e "di là" che, comunque sia, funziona abbastanza bene, anche se non è il caso di farsi dare indicazioni stradali da me).
Nonostante questo non me la sono cavata male. Ho trovato le mie strategie compensative. Leggo considerando le parole come ideogrammi o geroglifici, cioè come un simbolo unico. Ogni tanto faccio plateali e divertenti errori. Ad esempio come si intitola il primo libro delle Cronache di Narnia? Per anni io rispondevo "Il leone, la strega e l'armadillo". Armadio e armadillo, prese fuori contesto, per me sono parole facilmente confondibili.
Tuttavia leggo. Ho fatto il mio corso di studi passando abbastanza indenne dal liceo classico (non chiedetemi di leggere ad alta voce il greco o di districarmi nella lettura metrica). Ho trovato tutta una serie di prof che non mi hanno penalizzato troppo per l'ortografia.
Alla fine ho preso pienamente coscienza del mio essere dislessica proprio insegnando e seguendo i corsi specifici.
Ed eccomi dall'altra parte della barricata, prof precaria in una scuola che sta iniziando ad applicare una legislazione a doc per i dislessici e gli altri DSA (alunni con Problemi Specifici di Apprendimento) miracolosamente illuminata. E tuttavia l'applicazione di questa legislazione porta inaspettate storture.
Alcuni articoli hanno segnalato come le diagnosi di DSA (e le segnalazioni ancora di più) siano aumentate in modo spropositato, tanto che a volte abbiamo il 20% di alunni con DSA contro una media fisiologica del 3/4%. Esco ora dalla lettura di interventi nel forum dell'Associzione Italiana Dislessia in cui si dice che questo è falso. Invece nella mia esperienza di insegnante è proprio così.
Dato che le risorse sono poche, è più difficile attenere il sostegno ci sono genitori e anche specialisti che credono che per un ragazzino avere una certificazione di DSA sia meglio che niente, almeno si costringe la scuola a fare più attenzione. Invece non è meglio. Si confondono le idee agli insegnanti e si danneggiano i veri DSA. Il DSA è un "Disturbo Specifico dell'Apprendimento" cioè la difficoltà ad acquisire gli automatismi in alcune specifiche attività e solo in quelle. Non ha a che fare con problemi di comprensione  e presuppone un quoziente intellettivo nella norma e spesso sopra alla norma. Io ad esempio compio ancora oggi più facilmente errori di ortografia. Il disturbo è specifico, legato all'ortografia, e non compromette la mia capacità di costruire un testo di senso compiuto. A scuola, per aiutarmi, sarebbe bastato fornirmi di computer con programma di videoscrittura con controllo ortografico o, anche, più semplicemente, valutare in modo diverso l'ortografia. Sono quelle che in gergo si chiamano misure compensative (il computer) o dispensative (la non valutazione dell'ortografia) ed è esattamente ciò che oggi dice la legge.
Se però iniziamo ad avere molti ragazzi certificati DSA che hanno problemi di comprensione, di attenzione, psicologici etc, etc, gli insegnanti non capiscono più nulla, la legge sembra sbagliata, i ragazzi con questi problemi anche con le misure compensative e dispensative non migliorano. La frustrazione, invece, aumenta per tutti.
Ci sono anche altri problemi. Lo studio dei DSA è nuovo e trarre da basi giuste conclusioni sbagliate è facile. Pare che l'origine dei problemi sia genetico (ci credo, mio padre ha le mie stesse difficoltà) e dunque il dislessico rimarrà tale tutta la vita. Alcuni interpretano questo come un "non c'è niente da fare". Ci sono famiglie secondo cui il loro compito termina con la certificazione che viene intesa come assicurazione contro la bocciatura e prof che credono che comunque questi bambini non leggeranno e non scriveranno mai bene. Addirittura specialisti che dicono che la lettura sarà sempre un problema e tanto vale evitarla con audiolibri e altri supporti. E' vero che il problema ci sarà sempre, ma esiste la possibilità di trovare delle strategie per superarlo o limitarlo. Insomma, io leggo, leggo tantissimo. La mia lettura non è sillabica, riconosco la parola  come un tutt'uno, ma il risultato non cambia. Mi è costato tempo e fatica, e genitori che pur non sapendo dove fosse il problema mi hanno dedicato tantissimo tempo, ma ne è valsa la pena. Oggi ci sono anche bravissimi logopedisti che possono fare meglio e in minor tempo il lavoro svolto dai miei genitori.
A volte si capisce che anche gli specialisti vedono il problema da fuori. A volte dicono che i ragazzi DSA non hanno memoria. A me sembra che spesso questi bambini cerchino di risolvere con la memoria i loro problemi. Io lo facevo. Se dovevo leggere un pezzo, chiedevo a qualcuno di farlo una prima volta e poi ripetevo a memoria, evitandomi la brutta figura. Oltre al fatto di dover memorizzare ogni parola come se fosse un ideogramma. E' chiaro che un bambino che fa queste operazioni è più affaticato di altri. Se deve anche memorizzare la poesia, può non farcela, non perché non abbia memoria, ma perché la sua memoria è già impegnata a fare altro. Dire a lui e alla sua famiglia che non ha e non avrà mai memoria è quasi un delitto, è tarpargli le ali. Del resto molti attori sono dislessici. Perchè? Recitare è anche una questione di memoria e un dislessico che abbia imparato a compensare è spesso una persona con la memoria molto ben allenata, perfettamente in grado di imparare un copione, anche se da piccolo non riusciva a recitare l'alfabeto nel giusto ordine.

Vedo che mi è uscito un post lunghissimo. E' perché mi sono resa conto, documentandomi per l'articolo per Kultural, che vedo le cose in modo diverso sia dalle famiglie, sia dagli specialisti, sia dagli altri prof. Non che il mio modo di vedere sia quello giusto, ma magari è utile.
Alla fine ho deciso di inscrivermi al Forum dell'Associazione Italiana Dislessia, spero ne venga fuori qualcosa di buono.

martedì 21 febbraio 2012

Incontri ravvicinati

Correre è un modo privilegiato di esplorare la natura, specie se lo fa come me in questo inverno, piano, senza fretta o velleità agonistiche. Si ha il tempo di guardarsi intorno, correndo, e si fa poco rumore, anche meno che camminando. Per questo è più facile avvicinare gli animali e capita spesso di incrociare un capriolo, una volpe o una lepre. Sono momenti speciali, frammenti rubati alla natura che mi fanno sentire un po' più in armonia con tutta quella parte di mondo che non dipende dall'uomo.
Ieri stavo tornando, ormai vicina alle case, quando vedo due forme scure. In quella zona a volte pascolano le capre, per cui non mi preoccupo particolarmente. Però, sono cicce queste capre... Finché non alzano il muso, decisamente suino. Due cinghiali, uno particolarmente grosso e uno un po' più piccolo mi fissano con i loro neri occhi porcini.
Che fare? Le bestie saranno a tre metri da me, sotto gli alberi, un po' più in alto rispetto alla strada. Il loro pessimo carattere è proverbiale. Mi hanno visto, inutile tentare di passare inosservata. Mi fermo e mi immobilizzo? Funziona con i cani, dubito che i cervelli cinghiali ragionino allo stesso modo. Scappo veloce? Sono grossi, loro, ma chi mi assicura che corrano più lenti di me? Mi arrampico su un albero? Gli alberi sono sul lato cinghiale...
Deglutisco, li guardo. Loro mi guardano.
Con fare indifferente continuo la mia corsetta, ritmo molto, molto blando. La cinghialessa (sono, ahimé abbastanza vicina per essere abbastanza sicura di avere a che fare con una femmina con un "cucciolo" della scorsa primavera) mi osserva e mi giudica. Non devo aver preso un gran voto, sono decisamente bocciato in aggressività. Abbassa il muso e riprende a grufolare, l'altro la imita.
Io arrivo alla svolta e aumento l'andatura. Parecchio.

lunedì 20 febbraio 2012

Visioni - Contagion

I film catastrofici hanno mille vite e mille vesti. Una di queste è l'epidemia.
Una viaggiatrice (fedifraga e dunque degna delle peggiori delle morti) torno dall'Asia portando con sé un nuovo, "simpatico" virus che ben presto si espande creando un'epidemia di dimensioni bibliche.
C'è chi ci si trova in mezzo senza volerlo, come il povero marito tradito della "paziente zero", chi fa del suo meglio per trovare una soluzione, chi si atteggia a eroe del giornalismo e poi magari cerca un modo per lucrare.
Il film ha il grande pregio di non puntare sul patetico, né sull'eroismo, ma di presentare uno scenario plausibile, senza eccessi né melensaggini. Un cast che definire stellare è riduttivo da forma e sostanza a personaggi credibili, né vittime né eroi.
Rimane l'impressione che le storie narrate siano comunque troppe. Tra la paziente zero e il suo povero marito, la di lui figlia, la dottoressa in prima linea, la funzionaria in Asia, la ricercatrice, il capo di queste con il suo corredo di moglie e amico con figlio, il ricercatore indipendente e il blogger (e forse ho dimenticato qualcuno) finisce che nessuna storia ha davvero forza. Rimane un film a suo modo grandioso, girato e recitato in modo impeccabile, ma freddo e, forse, non realisticamente spaventoso come avrebbe dovuto essere.
Un film, in ogni caso, che merita assolutamente la visione.
Voto: 7/8

sabato 18 febbraio 2012

Sei pezzi facili

La recensione di Sei pezzi facili è su Kultural!
Trovate il link, come il solito, qui a fianco.
Per i Sei pezzi meno facili ci vorrà ancora un po' (al momento sono persa nel concetto di simmetria in fisica)

venerdì 17 febbraio 2012

Neutrini e code di rospo

Sono a casa da martedì.
Ho pulito la casa, ho letto, ho scritto, ho cucinato. Non sono fatta per la casalinghitudine. Come fare a capirlo? Il Nik se ne è accorto quando in una sera qualsiasi gli ho propinato le code di rospo alla panna. Piatto discreto, molto morbido, abbastanza saporito, che non giustifica con le qualità organolettiche le quattro pentole impiegate e il tempo di preparazione.
Leggo. Sono arrivata alla fisica quantistica. Il Nik mi ha procurato un libro divulgativo accessibile, Sei Pezzi Facili (bello, tra un po' dovrebbe uscire la recensione su Kultural). L'ho già finito e ho attaccato Sei Pezzi Meno Facili. Conviene che mi chiamino per una supplenza prima che inizi a costruire una bomba atomica casalinga.